Il Cappellone e le Geometrie del Divino

La Cappella del SS Sacramento, meglio conosciuta come Cappellone, è un monumento di estrema bellezza, che si slancia, a circa 23 metri di altezza, nel cielo di Gesualdo, in piazza Umberto I. L’imponente struttura, che si lascia ammirare per l’armonia delle sue parti e l’attento uso delle proporzioni, costituisce, per il suo particolare aspetto architettonico e per il messaggio di amore e di redenzione che le sue linee trasmettono, un Unicum assoluto nel panorama culturale immenso del nostro paese.

La sua origine va ascritta nel contesto storico e culturale del Concilio ecumenico di Trento (1545-1563), che definì con rigore gli aspetti fondamentali della dottrina e della disciplina della chiesa, I Padri Conciliari, reagendo al Movimento Protestante, ribadirono fermamente l’osservanza del dogma della Transustanziazione, ovvero della conversione, durante la celebrazione della Santa Messa, del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo.

A conclusione della grande assise, il cardinale Carlo Borromeo, che aveva avuto un ruolo importante nello svolgimento e nell’esito dei lavori delle varie adunanze, dispose che nella sua Arcidiocesi di Milano le Ostie Consacrate venissero custodite, dopo la celebrazione eucaristica, in un tabernacolo da porre nel punto più importante della chiesa, al centro dell’Altare Maggiore. Dispose, altresì, che in ogni comunità, fosse istituita una confraternita laicale legata al culto e all’adorazione del SS Sacramento. Principi questi che ben presto Papa Pio V estese a tutta la cristianità.

A Gesualdo dove la figura del Borromeo era particolarmente cara, il Sodalizio venne istituito sotto il titolo di “Congregazione del SS Corpo di Cristo” e con cappella nel transetto della Collegiata di San Nicola, sul lato sinistro dell’ingresso principale, Cappella provvista di un proprio altare che, su licenza del vescovo, venne posto sotto il giuspatronato dell’Università (Uniersitas Civium-Unione di tutti i cittadini), ovvero del ristretto Consiglio che curava l’organizzazione amministrativa del paese, Ente che si impegnava a provvedere il Sodalizio stesso del necessario.

L’altare, di marmo policromo e di elevato valore artistico, contrassegnato su entrambi i lati dallo stemma di detta Università e abbellito, al centro, da uno splendido paliotto decorato a rilievo con la figura del “Calice sormontato dall’Ostia”, nel 1602 venne arricchito da una pregevole pala (olio su tavola) dell’artista napoletano Giovanni Andrea Taurella, raffigurante “L’Ultima cena”, quella consumata da Gesù con i discepoli a Gerusalemme, la sera del giovedì santo, “cena” da cui ebbe origine l’Eucarestia.

Col passare degli anni, la benemerita Istituzione, prestando attenzione al culto eucaristico e a varie iniziative di interesse comune, raggiunse un assetto strutturale ed organizzativo di alto rilievo, così da svolgere un ruolo importante nella vita sociale e religiosa del paese.

Per questi motivi, fatta oggetto di donazioni, lasciti, legati e altre clausole testamentarie, disposte da molti fedeli, riuscì a mettere insieme un ragguardevole patrimonio di capitali, di case e di terreni, beni che, impiegati con diligenza, rettitudine e proficuità, divennero sempre più consistenti.

In quest’ottica, nella seconda metà del XVII secolo, grazie “alle rendite messe insieme da zelanti ed onesti procuratori, in segno di gratitudine e riconoscenza all’ostia consacrata fu disposta la costruzione di  una grande Cappella, di un Cappellone, come, con ammirazione e meraviglia, venne ed è chiamato ancora oggi dai fedeli, un gigantesco “Domicilium Eucharistiae”, una “DomusDei” a forma di tempio, da collocare non nell’abside, posta al termine della navata centrale di una grande chiesa, ma all’aperto, nel cuore, ovvero al centro del paese, a protezione e custodia di tutta la comunità.

Nel bel monumento, sul suo unico altare, deputato ad accogliere il SS Sacramento, “ogni terza Domenica del mese, si celebrava una messa cantata, officiata dai molti reverendi canonici dell’insigne collegiata Chiesa di San Nicola, vestiti degli abiti corali” (11 canonici a cui si aggregavano solitamente i 7 canonici della “Cappella del SS Corpo di Cristo”)

Particolarmente grandiosi e sfarzosi erano i festeggiamenti per il “Corpus Domini”, ricorrenza che commemora il mistero dell’Eucarestia: per più giorni, fuochi artificiali, orchestra, luminarie con cera, gare tra i vari rioni, solenne processione per le vie del paese, con benedizione solenne, dalle scale del Cappellone, della folla stipata nella piazza sottostante.

Nel corso dei secoli, il magnifico edificio è stato sottoposto a diversi lavori di consolidamento e restauro, per arginare l’usura del tempo e soprattutto per porre rimedio alle rovine provocate dalle violente sollecitazioni sismiche, che più volte hanno sconvolto l’Irpinia; gli ultimi provvedimenti, resisi necessari a seguito del terremoto del 1980, hanno avuto termine nel 1989.

Tutti gli interventi, comunque, non hanno sostanzialmente modificato la struttura originaria, fatta eccezione di quelli eseguiti dopo gli eventi tellurici del 23 luglio 1930, quando, con buona probabilità, la cupolo non fu più ricoperta di “rigiole a più colori” e il “cupolino terminale poggiante su 4 pilastrini di fabbrica, similmente rigiolato” venne sostituito dall’attuale lanternino in stile liberty.

Il sobrio e raffinato impianto architettonico del “Cappellone”, per la sua incantevole esclusività, esercita forte attrattiva in chi l’ammira!

La geometria delle sue linee, semplice all’apparenza, è ispirata agli influssi artistici del tempo, condizionati dalla tendenza di esprimere con simboli e metafore le profonde e complesse verità della teologia cristiana, poco accessibili alla mentalità del popolo, linguaggio questo andato perduto dall’architettura contemporanea, votata ai canoni dell’essenzialità, della praticità e dell’efficienza.

Di estremo interesse, sia la sua collocazione che il suo orientamento. L’ubicazione, fu posta, verosimilmente, a 50(5x10) “passi itinerari”, ovvero a circa 92 metri dalla chiesa di San Nicola, distanza da valutarsi tenendo conto che, fino al 1757, “terminava ove adesso sono i gradini della crociera”.

Alto è il significato teologico del numero 50, che richiama la ricorrenza della Pentecoste, solennità a cui si fa risalire la nascita della chiesa cattolica: nel cinquecentesimo giorno dopo la Pasqua (Atti 2, 1-11) lo Spirito Santo, sotto forma di lingue di fuoco, scese sugli Apostoli, li rianimò e li rinnovò nel profondo, per renderli testimoni coraggiosi e propagatori del suo messaggio e così illuminare il cammino degli uomini con la luce della fede.

Ammaestramento questo che la predetta Congregazione di apostolato laicale, ritenendosi di gran sostegno alla Chiesa, nella missione essenziale e permanente di evangelizzazione, ritenne di far proprio nel disporre la committenza e l’edificazione del “Cappellone”.

Per quanto riguarda l’orientamento, va detto che il portone d’ingresso di detto edificio venne posto in posizione frontale, rispetto a quello della chiesa di San Nicola, e quindi volto verso occidente, per consentire al sacerdote celebrante e ai fedeli, raccolti in preghiera e in adorazione nella piazza antistante, di essere rivolti verso Est, così come era stato prescritto dal Concilio di Nicea, “Versus Solem Orientem”, ossia verso la direzione del sorgere del Sole, la cui luce, che illumina chi sta nelle tenebre, è fonte di bellezza e verità.

Di estrema eleganza è la facciata, in pietra ben lavorata; semplice ed austera, va guardata con attenzione, per il suo assetto compositivo e per la sua bellezza!

L’ampio arco d’ingresso, a tutto sesto, è affiancato da due lesine, ovvero da due fasce verticali con funzioni decorative, fasce che sporgono leggermente dalla parte e sono costituite da base, fusto e capitello con foglie d’acanto. Fa da marcapiano, al di sopra della chiave di volta, altra modanatura a forma scanalata, che gira intorno agli altri tre lati del fabbricato.

A completare esteticamente il prospetto, un cornicione aggettante, ovvero sporgente verso l’esterno, formato da larga fascia sagomata a profilo rettilineo, cornicione che gira intorno a tutta la struttura. Sull’estensione di detta sporgenza un terrazzino, ossia un ripiano scoperto, dotato ai bordi da una ringhiera metallica di protezione; orpella delizioso questo che, per un sottile gioco di prospettiva, riduce alla vista, l’ampiezza del tamburo retrostante ed estende l’altezza dell’insieme.

Blocchi di pietra squadrati abbelliscono le cantonate, ovvero i quattro spigoli del fabbricato; blocchi di pietra squadrati e sagomati, con funzione decorativa, costituiscono il basamento che corre intorno alle mura; grosse vetrate, inserite in archi simmetrici  a tutto sesto e con cornice sporgente, arricchiscono entrambi i lati del prospetto.

Altra particolarità, che in tal monumento desta curiosità ed attenzione, è quella del suo ingresso, in posizione molto sopraelevata rispetto alla piazza-sagrato e agli edifici circostanti.

Tanto a significare che Dio ha scelto i luoghi più alti per stabilire la sua dimora e che per raggiungerLo bisogna salire, affidandosi al Suo Sguardo e osservando le norme e gli insegnamenti della Chiesa.

Messaggio questo simbolicamente rappresentato dalla monumentale scala d’accesso, scalea di 8 gradini e frontalmente di forma pentagonale, ossi di 5 lati, numeri entrambi carichi di significato teologico e che richiamano soprattutto il ben noto “Discorso della montagna” (Matteo 5. 3-10; Luca 6, 17-49) e l’episodio della “Moltiplicazione dei pani” (Matteo 14. 13-21; Marco 6, 30-44; Luca 9, 12-17; Giovanni 6, 1-12).

Il numero 8 richiama le “8 Beatitudini” enunciate da Gesù agli Apostoli, vere e proprie vie che guidano il cammino dei fedeli, all’insegna della carità, del perdono e soprattutto del calore dell’amore. Il numero cinque rievoca i “Pani d’orzo” che Gesù moltiplicò, per sfamare le persone che in gran numero erano andate ad ascoltarlo sul lago di Tiberiade, “Pani” che dalla tradizione cristiana sono stati presi come simbolo e prefigurazione dell’Eucarestia, ossia dell’offerta di sé che Gesù fece e continuamente fa all’umanità.

La struttura del “Cappellone” nella sua visione complessiva, si sviluppa su un locale seminterrato e si articola su due livelli: la base a pianta quadrangolare e la cupola semisferica.

A raccordare le due parti un “tamburo”, ovvero un corpo di fabbrica cilindrica, con funzioni di sicuro effetto estetico e pratico: dona slancio in altezza alla cupola, conferendole maggiore dignità e visibilità, e consente l’apertura di quattro finestroni, disposti l’uno di fronte all’altro e protetti da vetri, che danno luce al vasto ambiente interno.

Sulla sommità della cupola, come elemento decorativo, un’edicola a giorno o lanterna, a pianta ottagonale e a somiglianza di un piccolo tempio.

A coronamento del tutto, a mò di pinnacolo, una grossa croce poggiante su una sfera di metallo, croce dalle estremità trilobate, il cui asse verticale fa da perno a un angioletto girevole e con le ali spiegate, che indica, senza posa, la direzione del vento e mostra di essere sempre pronto a spiccare il volo verso la volta celeste.

A guardare il monumento nell’insieme si avverte chiaramente la sensazione che le sue parti sono messe in relazione le une con le altre e si armonizzano fra loro, che nulla è stato lasciato al caso e che il tutto è inserito in uno schema logico e razionale.

La base è quadrangolare, la lunghezza esterna di ogni lato è di 4 “passi”, ossi circa 7,40 m (il “passo itinerario”, unità di misura del Regno di Napoli, nel sec. XVII, corrispondeva all’attuale lunghezza di 1,84 m circa); quadrangolare e di analoga dimensione è il prospetto, comprensivo del cornicione aggettante; di 4 “passi” è anche il diametro esterno del tamburo e della cupola; 4 erano i pilastrini, nella struttura originaria, che reggevano il “cupolino”.

Analoga meraviglia desta la ricorrenza, nei vari elementi architettonici, anche del numero otto, somma dei tre numeri-cardini uno, tre e quattro, indicanti l’Unità, la Trinità e la Materia e pertanto adatto ad essere assunto come numero complessivo dell’infinito, dei principali valori della fede: 8 sono i gradini, come già detto, della scalea di accesso, 8 i pilastrini di sostegno della lanterna apicale e 8 le nervature che dividono la superficie esterna della sua volta dal profilo ogivale; 8 le stecche arrotondate della rosta, ovvero dell’inferriata semicircolare che chiude superiormente il portone con lastre di vetro e 8 i pannelli bugnati che arricchiscono le quattro ante dello stesso…

Forte è la convinzione che l’ignoto progettista, maestro di prim’ordine della cultura seicentesca campana, rispondendo alle richieste della Congregazione committente, con la sua abile tecnica costruttiva e la combinazione di numeri e forme, abbia inteso affidare alla sua opera il messaggio della missione dalvifica-redentrice del Sacrificio di Cristo.

A ben leggere la struttura, così come concepita, con l’intreccio e l’esaltazione di metafore e simboli, si evince chiaramente che viene in essa raffigurato l’Universo nel suo ordine e nella sua grandiosità, nella coesistenza di terra e cielo, materia e spirito, imperfezione e perfezione, diversità e contrapposizioni che tendono ad annullarsi ed universi, grazie al “divino” che è profuso nell’umano, al trascendente che si manifesta nell’immanente, alla bellezza e alla onnipotenza della Croce che dall’alto vigila e tutto abbraccia e stringe con il legame della Luce e dell’Amore.

Per antica tradizione filosofica, di cui i capostipiti sono Pitagora e Platone, ma anche il Cristianesimo, la forma quadrata simboleggia la Terra, la stabilità, la concretezza, lo spazio dell’uomo, mentre il cerchio e la sfera, figure perfette perché non hanno inizio né fine, sono l’emblema di tutto ciò che è celeste: il cielo, il sole, l’infinito, l’eternità.

La forma quadrata rappresenta la materia, la finitudine, l’imperfezione, quella sferica il mondo delle stelle, l’immaterialità, lo spirito, l’armonia, l’imperscrutabilità perfezione divina, il paradiso.

La Terra (il quadrato), che sta alla base e contempla la volta celeste (la semisfera), indica l’aspirazione dell’uomo a liberarsi della corruttela operata dal tempo, che tutto annienta e distrugge; la Cupola che scorre verso il quadrato rivela che il Cielo si è aperto alla Terra, che grazie all’”Incarnazione”, insondabile mistero che richiama il più grande Sacrificio di tutti i tempi, Dio è sceso dall’alto, fino a farsi uomo, a portare nella Sua persona la natura umana, per dare all’Umanità la possibilità di sconfiggere la morte e aprirsi la via della gioia e dell’eternità.

A dare maggiore solennità e splendore all’interessante struttura, l’edificazione, sul finire del sec. XVII, di una fontana di alabrastro cipollino a tre vasche circolari concentriche, a poca distanza dalla scalea di accesso.

Fontana animata dall’acqua proveniente dalle sorgenti di cui è ben ricco il paese, acqua, simbolo di vita e di purificazione, che sgorga dalla sua sommità, con copioso e ininterrotto zampillo, vien giù a cascata e poi fuoriesce dalle bocche di 4 mascheroni, per quindi trovar riposo nel concavo bacino di base.

Fontana meravigliosa e prospetticamente ben collocata, rispetto al “Cappellone”, all’ampia e lunga gradinata di via Municipio e al percorso che conduce alla chiesa matrice di San Nicola. Il tutto col risultato di una singolare composizione spaziale, di una quinta scenografica di estrema bellezza!

A conclusione di queste riflessioni, va detto che quest’eccezionale architettura, che l’ignoto autore volle a suo tempo regalare a Gesualdo, da qualche tempo, purtroppo, è in stato di trascuratezza e di preoccupante abbandono, adibito, talora, a locale di deposito.

Piace perciò immaginare che la stessa potesse aver voce ad esternare la sua indignazione! In tal caso con ardente fervore rivendicherebbe anzitutto il ripristino della sua sacralità, del suo prestigio e del suo antico splendore, avanzando alle autorità competenti, con prontezza e forza, la richiesta di provvedere con estrema urgenza al risanamento della sua volta di copertura, danneggiata da vistose infiltrazioni di acqua piovana.

Nelle sue aspettative anche quella di vedere la sua magnifica cupola ritornare alla maestosità di un tempo, quando era rivestita di “rigiole a più colori”.

Verrebbe così posto finalmente termine ad una situazione che accusa incompiutezza e provvisorietà e verrebbe nascosta la bruttura della guaina bituminosa di impermealizzazione, che fa bella mostra di sé, guaina il cui colore nerastro poco si addice alla copertura di un luogo sacro e tropo stride con la gamma dei colori prevalenti nel contesto ambientale, deturpando un insieme di unica e straordinaria bellezza.

Col ritorno al suo aspetto originario perduto, la cupola si slancerebbe in alto, nell’azzurro del cielo e verso le sovrastanti mura del castello, che è sulla vicina vetta della collina, dando l’impressione di maggiore snellezza, leggerezza ed eleganza.

Le maioliche policrome assicurerebbero un pregevole effetto sia pratico che estetico: il loro smalto impedirebbe al penetrazione di umidità, la loro disposizione, generalmente a squame di pesce, creerebbe un dilettevole impatto visivo, gli smaglianti colori della verniciatura rifletterebbero i raggi luminosi del sole e i bagliori argentati della luna, proponendo, in qualsiasi ora del giorno e della notta una atmosfera di incantevole bellezza e di forti suggestioni di spiritualità.

 

Testo realizzato dal Preside Alfonso Cuoppolo, amante e cultore del sul paese, Gesualdo.

Commenti

Ero ragazzo, appena diciottenne, quando seguendo una visita guidata dell’allora presidente provinciale delle Pro Loco, prof. Sivestri, nel mio paese natio, fermandosi sulle scale prospicienti palazzo Pisapia, estasiato si rivolse verso piazza Umberto I, affermando che quello era il posto più bello dell’intera Campania, perché li si plasmava un luogo unico che nessun paese italiano poteva vantare. A distanza di quasi trenta anni mi sono imbattuto in un ragionamento con un intellettuale sopraffine, il preside Alfonso Cuoppolo, che mi ha donato un suo vecchio articolo in cui descrive proprio uno scorcio del mio amato paese. E a quel punto che in me si sono aperte tante domande e si è diradato un dubbio che mi portavo dietro da anni. Quale storia fece così esclamare il professore Silvestri? È dunque al cospetto di una grande chiesa all’aperto che ci troviamo, come l’hanno voluta immaginare i nostri compaesani nel lontano 1600? Considerando le distanza tra il cappellone e l’ingresso della chiesa matrice di San Nicola, considerando la proporzionalità delle dimensioni della Cappella del Sacro Cuore posta proprio di fronte all’ingresso della matrice, considerata la fattura e il materiale (onice) non usuale utilizzato per realizzare una fontana al cospetto dell’enorme tabernacolo, tutto mi porta ad immaginare che unica in Italia i nostri antenati hanno voluto realizzare qualcosa di grandioso. Per questo le belle arti negli anni prossimi al terremoto si affrettarono a restaurare il grandioso monumento (prima opera recuperata nel post sisma degli anni ’80 nell’intera provincia di Avellino). Urge dunque da parte di chi ci amministra prendere consapevolezza di tutto ciò, e per questo, con il consenso dell’autore, mi pregio di riproporre un vecchio articolo apparso su un giornale cartaceo che profonde emozioni ha destato in me, a duratura memoria e a beneficio dei giovani gesualdini spesso inconsapevoli della grande bellezza del loro paese.

 

Carmine Grappone